🌙 Notturno 24

Al Concerto del Primo Maggio, uno degli appuntamenti più simbolici della cultura civile e musicale italiana, una cantante — di cui volutamente non faccio il nome — ha scelto di reinterpretare “Bella ciao” modificandone la parola chiave: “partigiano” è diventato “essere umano”. Una scelta spiegata come un tentativo di rendere il brano più inclusivo, più universale, più in linea con una sensibilità globale contemporanea.

Un gesto che, però, apre una riflessione più profonda di quanto possa sembrare.

Perché “partigiano” non è semplicemente una parola del passato. È una parola che implica una scelta. Non descrive ciò che siamo, ma ciò che decidiamo di essere quando la realtà ci chiama a prendere posizione. È una parola scomoda, perché esclude la neutralità. Ed è proprio per questo che resta attuale.

Sostituirla con “essere umano” sembra, a prima vista, un ampliamento del significato. Ma è davvero così?

“Essere umano” è, innanzitutto, una condizione biologica. Riguarda tutti, senza distinzione. È il livello più universale e, in un certo senso, più neutro dell’esistenza. Proprio per questo, però, non implica necessariamente una scelta né una responsabilità. Ed è qui che il discorso si complica e si fa più interessante.

Perché nella filosofia, nella poesia e nel pensiero umanistico, “umanità” non coincide automaticamente con il semplice fatto di appartenere alla specie umana. Essere umani non basta. L’umanità, quella autentica, è sempre stata intesa come qualcosa che si costruisce, che si esercita, che si mostra e dimostra attraverso le azioni, le scelte, la capacità di riconoscere l’altro e di agire di conseguenza.

Io stessa ne parlo spesso, attribuendole un pathos di significati e sfumature che non comprende tutti gli esseri umani intesi come specie. Mi limiterò a dire che, in questo senso, esiste una differenza profonda tra l’essere umano come dato biologico e l’essere “umano” come valore etico — una distinzione che meriterebbe una trattazione a parte.

Tornando al punto, il rischio è evidente, e cioè usare “essere umano” come sinonimo universale e inclusivo può risultare, paradossalmente, impreciso, perché mette sullo stesso piano chi agisce con responsabilità e chi sceglie l’indifferenza. Chi prende posizione e chi si sottrae.

“Partigiano”, invece, non lascia spazio all’ambiguità. È una parola che seleziona, che definisce, che chiede una presa di posizione. Non include tutti e non deve farlo, perché non tutte le posizioni sono uguali, non tutte le scelte hanno lo stesso valore.

“Bella ciao” è diventata nel tempo un simbolo universale proprio perché racconta una scelta, non una condizione. Il suo messaggio non è “siamo tutti uguali”, ma “c’è un momento in cui bisogna decidere da che parte stare.

E questo messaggio, oggi, non è affatto superato.

In un mondo attraversato da conflitti, crisi dei diritti e tensioni globali, il bisogno di parole che non siano neutre, ma che orientino, è più forte che mai. L’inclusività è un valore, ma non può trasformarsi in una neutralizzazione del significato. Perché ci sono parole che non servono a includere tutti. Servono a ricordarci che non tutte le scelte sono equivalenti.

E forse è proprio qui il punto.

Non basta essere umani.
Bisogna scegliere che tipo di umanità incarnare.

Anna Lorenzini – L.A. Filosofia